27 lug 2023

SACCHETTI DELLA SPESA: UNO SU QUATTRO NON È CONFORME ALLA LEGGE

Dieci anni fa è entrato in vigore il provvedimento che impone che l'adozione delle buste per la spesa biodegradabili, ma più di una borsa in plastica su quattro, data ai consumatori per il trasporto di merci o prodotti, non risponde ai requisiti di legge. È quanto emerge nel "IX Rapporto sulla filiera italiana delle bioplastiche compostabili", presentato a Roma durante un convegno promosso da Assobioplastiche, Consorzio Biorepack e CIC (Consorzio Italiano Compostatori). «Facendo la spesa al supermarket o nel negozio di quartiere sotto casa – scrive Daniele Di Stefano su Economiacircolare –, una volta su quattro ci troviamo consegnata una busta che non è certificata biodegradabile e compostabile come impone la legge. I protagonisti dell'aggiramento della norma rischiano un'ammenda da 2.500 euro fino (in caso di grandi quantità) a 100mila euro. Eppure, nell'ultimo periodo la diffusione degli shopper pirata è aumentata».

 

SHOPPER NON A NORMA, 78MILA TONNELLATE NEL 2022

Seguiamo, dunque, Economiacircolare: secondo i dati del rapporto curato da Plastic Consult, gli shopper messi sul mercato nel 2022 sono stati pari a 78mila tonnellate per oltre sette miliardi di pezzi: «Nel 2013 le tonnellate erano 118 mila, con una tendenza costante al calo (tolta la parentesi covid, nel 2022 la quantità è tornata agli stessi livelli del 2019, 10 mila tonnellate in meno del 2018). Delle 78 mila tonnellate totali di buste, ben 22mila non erano a norma. Il trend delle buste non a norma è ovviamente speculare rispetto a quelle regolari, passando da 91.700 tonnellate nel 2013 alle 17mila del 2021 per risalire leggermente nel 2022». Come ha spiegato Luca Bianconi, presidente di Assobioplastiche, «la crisi energetica e l'aumento dell'inflazione del 2022 stimola l'illegalità: la presenza di sacchi non a norma è nettamente in recrudescenza».

 

SHOPPER SENZA CERTIFICAZIONI O CHE NON RISPONDO AGLI STANDARD EUROPEI

Le forme di non conformità alla legge sono diverse: «Frequente – spiegano spiegano Assobioplasstiche, Biorepal e Cic, ripresi da Economiacircolare – è la commercializzazione di borse per asporto merci o alimenti sfusi prive di qualsiasi requisito di legge (certificazioni di biodegradabilità e compostabilità, rinnovabilità e relative etichettature). Altre volte vengono riportati falsi e ingannevoli slogan ambientali. Oppure compaiono marchi di certificazione di compostabilità su sacchetti privi dei requisiti stabiliti dallo standard EN 13432, ad esempio contenenti percentuali di materia prima di origine rinnovabile inferiore al 60%. E c'è poi il caso dei sacchetti dichiarati compostabili ma che in realtà contengono quantità più o meno rilevanti di polietilene, materia prima non ammessa per i bioshopper ma che viene usata per ridurre il costo di produzione. Una frode per chi, in buona fede, li acquista».



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